Province e città metropolitane, Fp Cgil: misure in legge di bilancio


“Serve una soluzione nella legge di bilancio per salvare Province e Città Metropolitane”. È la richiesta della Fp Cgil Nazionale oggi in occasione dello sciopero nazionale dei lavoratori degli enti interessati e che ha visto manifestazioni in tutti i territori. Il sindacato dei servizi pubblici della Cgil denuncia, attraverso il segretario nazionale, Federico Bozzanca, “la situazione insostenibile nella quale si ritrova la gran parte di Province e Città Metropolitane, soggette negli anni a una pesante decurtazione di risorse con effetti nefasti sui lavoratori e sui servizi offerti ai cittadini”.

Per queste ragioni la Fp Cgil avanza al Governo e al Parlamento cinque punti per individuare una soluzione che possa salvare questi enti: “Serve un impegno - spiega il dirigente sindacale -, in termini di risorse da individuare nella prossima legge di Bilancio, perché Province e Città Metropolitane possano chiudere i bilanci, allo stesso tempo c’è bisogno di investimenti perché possano finalmente garantire una programmazione per i servizi offerti”. 

Inoltre, aggiunge Bozzanca, “è urgente lo sblocco del turn over e la stabilizzazione dei precari per enti che sono ormai ridotti all’osso, così come serve dare una soluzione definitiva all’emergenza Centri per l’impiego che versano in una irresponsabile situazione di limbo”. Ultimo punto, legato alle emergenze, “ci sono enti in dissesto economico che hanno bisogno di interventi specifici perché escano dal baratro nel quale sono precipitati”. Misure in cinque punti che, conclude Bozzanca, “devono trovare uno sbocco con la prossima legge di Bilancio per offrire una prospettiva a questi enti e, nello specifico, ai lavoratori e ai servizi ai cittadini, senza le quali la mobilitazione continuerà con ancora più forza”.

Centri per l'impiego, verso il trasferimento del personale alla nuova Agenzia per il Lavoro

E’ in arrivo una soluzione per i lavoratori dei Centri per l’impiego, occupati ora nelle Province, che saranno trasferiti nella nuova Agenzia per il lavoro. Il passaggio, nel quadro delle norme regionali per la stabilizzazione del precariato, sarà possibile nel giro di quattro-cinque mesi una volta che saranno definite, dal ministero per il Lavoro, le risorse finanziarie necessarie. Inoltre, sempre in riferimento alle norme per la stabilizzazione, potrà avvenire in tempi più ridotti il trasferimento del personale a tempo determinato impiegato nelle Province. 
Questo il senso dell’accordo sottoscritto ieri al termine di un tavolo a cui erano presenti l’assessore regionale a Bilancio e Organizzazione, Emma Petitti, in rappresentanza della Giunta, il direttore generale della Regione Emilia-Romagna a Organizzazione e Risorse, Francesco Frieri, il direttore dell’Agenzia regionale per il lavoro, Paola Cicognani, e le segreterie regionali dei sindacati di categoria (Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl).  Le parti hanno anche condiviso la necessità di individuare le procedure per reclutare personale da destinare al rafforzamento della struttura amministrativa dell’Agenzia. 
“Siamo molto soddisfatti dell’intesa raggiunta- commenta l’assessore Petitti- che ci permette, ancora una volta, di non lasciare indietro nessuno. Da inizio legislatura il nostro impegno per il lavoro è costante e questa soluzione valorizza l’Agenzia regionale per il lavoro che può diventare ancora di più uno strumento utile di politica attiva per l’occupazione". 
Da parte della Regione c’è l’impegno a fornire il supporto per la formazione del personale in modo da facilitare il più rapido avvio e la progressiva autosufficienza organizzativa e gestionale dell’Agenzia. Ciò anche in virtù degli obiettivi che qualificano l’Agenzia stessa quale strumento di politica attiva del lavoro in Emilia-Romagna, peraltro già indicati dal Patto per il Lavoro.

Città Metropolitana, i precari incontrano Sala: "Da lunedì a lavoro, dal 2018 stabilizzazione"

Milano, i precari della Città Metropolitana vicini al rinnovo Video
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"Da lunedì torneranno a lavorare e dal 2018 si potrà procedere con la stabilizzazione". Sono parole importanti quelle pronunciate dal sindaco Beppe Sale subito dopo l'incontro tenutosi a Palazzo Isimbardi con i dipendenti precari dell'Ente che dallo scorso 30 settembre attendono il rinnovo del contratto.
Dopo quattro giorni e quattro notti di occupazione dell'aula consiliare, i lavoratori hanno deciso di sciogliere il presidio confidando nella promessa del sindaco. Determinante è stato l'incontro di Roma con il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: dal Governo arrivano 11,2 milioni per la Città Metropolitana di Milano che potrà così chiudere il bilancio. La firma dovrebbe arrivare entro il weekend e da lunedì, quindi, si potrà procedere con i nuovi contratti per i precari.
Contratti che, però, avranno durata di un mese. Poi la proroga fino a dicembre 2017 e, si spera, dal 2018 la stabilizzazione per un personale, tra l'altro qualificato, che da parecchi anni vive con l'ansia del precariato.

Milano, sacchi a pelo nell'ex Provincia. I precari: "Occupazione a oltranza"

I dipendenti della Città metropolitana che aspettano da anni il contratto dormono nella sala consiliare. Lunedì incontro a Roma dei sindaci con Gentiloni per avere risposte su bilanci e stabilizzazioni
Hanno occupato la sala del consiglio della Città metropolitana di Milano: sono i lavoratori precari dell'ex Provincia, che aspettano ormai da tempo la stabilizzazione promessa, e mai attuata, anche dopo la riforma Delrio. Una decina di dipendenti - in rappresentanza di tutti gli altri - hanno dormito tra i banchi della sede di Palazzo Isimbardi, e assicurano: "Non andremo via da qui fino a quando non ci daranno certezze sul nostro futuro". Il contratto di 33 precari, rinnovato periodicamente a tempo da dieci anni, scade con la fine di settembre: vuol dire da ottobre trovarsi senza stipendio, "ma con mutui e bollette da pagare", accusano i lavoratori che ricordano: "Noi garantiamo l'erogazione di servizi fondamentali e da lunedì rimarremo a casa". Prima di decidere l'occupazione e di srotolare striscioni e sacchi a pelo, i precari hanno avuto un confronto - anche acceso - con l'amministrazione.
Il presidio-occupazione proclamato dalla sigla Usb è scattato sabato, al termine di una assemblea di tutti i lavoratori. Due le questioni che hanno portato alla protesta, non la prima negli ultimi anni: "Non è pervenuta nessuna risposta sulle risorse necessarie al mantenimento dei servizi fondamentali, quali scuole , strade, sicurezza ambientale, malgrado le continue sollecitazioni, nè da parte del governo nè da parte del sindaco Sala che non si è assunto alcun impegno in tal senso, sfuggendo, anzi, al confronto", accusa la Usb Lombardia. E continua: "A tutto questo si aggiunge il problema dei lavoratori precari ancora senza contratto e i mille dubbi che ancora gravano sul salario accessorio".
Con la fine di settembre, infatti, scade anche la presentazione dei bilanci delle Città metropolitane e quello di Milano, come di altre città, è ben lontano da essere in sicurezza. Anche per questo motivo lunedì il sindaco Beppe Sala sarà a Roma, con gli altri sindaci delle Città metropolitane italiane, per incontrare il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: da lui aspettano risposte sulla copertura economica dei servizi che - altrimenti - rischiano di saltare.

Gli equivoci sulle funzioni dei centri per l’impiego

Nell’articolo di Francesco Giubileo e Francesco Pastore, pubblicato su Lavoce.info “Per trovare lavoro servono centri per l’impiego 4.0”, si ipotizzano alcune modifiche per rendere maggiormente efficace l’attività dei centri per l’impiego. 
Si afferma, a giusta ragione, che la gran parte delle attività dei centri per l’impiego consiste nella “registrazione delle dichiarazioni di disponibilità al lavoro e le attività protocollari per quanto riguarda disabilità e certificazione per tirocini extra-curriculari”, mentre “il vero compito dei centri per l’impiego dovrebbe essere in primo luogo quello di realizzare politiche volte all’occupabilità dei disoccupati”.
Se la diagnosi appare corretta, non altrettanto condivisibili sono l’analisi della causa di questa situazione e le proposte. 
In merito, ad esempio, alla prevalenza delle funzioni amministrative dei centri per l’impiego rispetto alla realizzazione delle politiche per l’occupazione, gli autori osservano che “in altri paesi queste attività sono svolte quasi esclusivamente on-line o affidate a uffici unici del lavoro”. Dunque, si tratta di funzioni che, comunque, debbono essere gestite. È bene sottolinearlo, perché dietro qualsiasi intervento riguardante i centri per l’impiego, rimane sempre sottinteso, ma molto più spesso è apertamente enunciato, il messaggio che essi non servono a nulla, se non a dare un lavoro a coloro che sono ivi impiegati. No. Le funzioni di registrazione dei disoccupati sono fondamentali per tracciare i loro movimenti, a loro volta indispensabili per le politiche “passive”, cioè l’assegnazione di trattamenti come la Naspi. Infatti, gli autori affermano che in Italia le attività amministrative potrebbero essere svolte da una “super Inps”. Ora, poiché l’Inps è ampiamente sotto organico e sovraccaricata di funzioni, le attività amministrative gestite, oggi, dai centri per l’impiego, potrebbero passare all’Inps (ipotesi a lungo, per altro, esaminata in passato) solo a condizione che transitino anche personale e strutture dei centri per l’impiego. 
Ma, il vero tema è, ovviamente, quello dell’efficiente rilancio delle politiche “attive”, cioè delle azioni attraverso le quali i servizi per il lavoro cercano (ad auspicabilmente trovano) lavoro ai disoccupati. 
Gli autori propongono 4 possibili soluzioni. Ma, partiamo dalla chiosa dell’articolo, ove viene ricordato, al volo, quasi che fosse un dettaglio secondario, come restino “da affrontare due temi spinosi: il numero e le competenze dell’attuale organico dei centri per l’impiego”. 
Su questo aspetto non si può condividere l’impostazione. Il tema del numero e delle competenze dei centri per l’impiego non può essere una considerazione accessoria nell’ambito di temi più grandi, ma, al contrario, la premessa necessaria. Prima, infatti, di immaginare qualsiasi modalità di incremento dell’efficacia delle politiche attive occorre chiedersi se esistano le risorse per poterle realizzare. In assenza di ciò, è evidente che qualsiasi attività rischi di essere inefficace, ma non perché la macchina non funzioni, bensì perché il motore è senza benzina e inoltre siano stati staccati volante, ruote, sportelli, sedili ed accessori. 
Ora, è noto il divario abissale che esiste, sia per risorse, sia per numero dei dipendenti, tra i servizi che curano le politiche attive per il lavoro in Italia ed il resto dei Paesi competitori in Europa. Il divario della spesa è addirittura imbarazzante, come si evince dall’estrazione dei dati rilevati da Eurostat, riportata qui sotto: 

La Germania, nel 2015, ha speso in politiche attive oltre 11 miliardi, contro i poco più di 752 milioni dell’Italia. Cosa significa “spesa di politica attiva”? Si tratta dei costi complessivi delle iniziative necessarie per attivare i disoccupati e trovare loro un lavoro: dunque, colloqui per scrivere il curriculum, fare il bilancio delle competenze, comprendere le attitudini, effettuare corsi per completare le lacune, istruirlo e seguirlo nella ricerca delle domande di lavoro, assisterlo per la preparazione ai colloqui, proporlo alle aziende che chiedano profili compatibili o incrociarlo con domande di lavoro adeguate, aiutarlo nel primo inserimento. Ma non basta: le “politiche” spesso sono accompagnate da “doti”, risorse finanziarie che possono andare al lavoratore stesso come sostegno al reddito mentre svolge le funzioni intensive di ricerca, oppure al datore di lavoro come incentivo-bonus nel caso di assunzioni a tempo indeterminato o anche a termine per durate, però, significative; oppure, come bonus e premi di risultato per i soggetti che realizzino l’insieme delle attività previsto dalla “politica attiva” e conducano il lavoratore a trovare un impiego. 
L’Assegno di ricollocazione, molto citato, è esattamente questo: un insieme di azioni di ricerca attiva ed intensiva, che prevede un premio al soggetto (pubblico o privato) chiamato a svolgerle, nel caso di assunzione del lavoratore; al lavoratore coinvolto non va nulla, perché l’iniziativa è rivolta a percettori di Naspi, dunque già beneficiari di un intervento di protezione economica. 
Quindi, come è facile intuire, le “politiche attive” costano. E costano molto. Anche perché, come avviene in Germania con i vituperati mini-job, possono essere ulteriormente arricchite da misure “sociali”: l’assegnazione di un’abitazione o di assegni (anche consistenti) per i figli o per le utenze e similari. 
In Italia è evidente il sotto finanziamento delle politiche attive. In sostanza, anche se i centri per l’impiego fossero popolati da un maggior numero di dipendenti, meglio qualificati, stante la situazione fotografata dall’Eurostat, comunque le politiche attive da offrire ai disoccupati resterebbero ben poche. 
Per altro, accade che oltre ad essere irrisori i finanziamenti, se confrontati con quelli di altri Paesi e della Germania in particolare, enorme è anche il gap del numero degli addetti. La pietra di paragone è sempre la Germania. Gli autori ricordano che in Italia operano nei centri per l’impiego 8.000 dipendenti (in realtà, per effetto della riforma Delrio non sono più di 6.000, tra pensionamenti anticipati e trasferimenti vari), mentre in Germania 80.000. 
Di fronte a divari organizzativi e finanziari di questa natura, non può in alcun modo convincere l’affermazione degli Autori, secondo la quale “l’innovazione tecnologica permette oggi di sviluppare i progetti anche con solo 8mila dipendenti e non 80mila come in Germania”. Giustissimo puntare sulla tecnologia e sulle competenze dei dipendenti. Ma è fin troppo semplice osservare che in Germania sicuramente non sono indietro nell’innovazione tecnologica e sanno fare di conto benissimo: se hanno un similare parco di dipendenti, 10 volte e più quello italiano, c’è una ragione. 
Andiamo, quindi, alle proposte. La prima consiste nel realizzare in ciascuna regione un’agenzia per il lavoro, prevedendo che quella nazionale, l’Anpal, supplisca laddove in qualche regione la specifica agenzia non sia in grado di svolgere alcuni servizi. L’idea appare corretta e condivisibile, ma sconta un problema: l’Anpal stessa è dotata di poco meno di 400 dipendenti. Difficile che possa organizzarsi in maniera diffusa ed efficiente nei territori. 
La seconda proposta è realizzare nei centri per l’impiego “attività di incontro fra domanda e offerte di lavoro, formazione professionale per i disoccupati e servizi di autoimpiego e auto-imprenditorialità”, secondo il modello del Multilab di Rozzano, una sorta di incubatore per le imprese. Ottima proposta: si aspettano, quindi, gli investimenti in sedi, macchinari, docenti, strumenti e quanto necessario per attivare i corsi formativi ed i laboratori in ciascuno dei 550 circa centri per l’impiego. Vedremmo che la spesa per i servizi per il lavoro in Italia schizzerebbe molto in alto, rispetto all’attuale livello. Lo Stato lo vuole? E, soprattutto, può permetterselo, senza rivedere la spesa in riduzione in altri settori? Il vero tema è questo. 
Terza proposta: “in tutti i centri per l’impiego dovrebbe essere presente una seria attività di orientamento professionale, anche attraverso l’utilizzo di modelli informatici predittivi per attività di targeting, come avviene in Svizzera, e l’assistenza da parte di psicologi del lavoro per i soggetti più difficili da collocare in modo da sviluppare un buon bilancio di competenza”. Ottima anche questa. Ma, se tra gli 8.000 (presunti) dipendenti dei centri per l’impiego non vi sono sufficienti orientatori e mancano del tutto gli psicologi del lavoro, siamo proprio certi che “la tecnologia” evocata dagli Autori possa supplire alla presenza di una figura umana che orienti e svolga le funzioni di assistenza di uno psicologo? Non sarebbe, invece, necessario arricchire i centri per l’impiego di queste figure? E, per farlo, non occorrerebbe assumerli? E, per assumerli, non occorrerebbe investire nella spesa per i servizi per il lavoro? Lo Stato lo vuole? E, soprattutto, può permetterselo, senza rivedere la spesa in riduzione in altri settori? Il vero tema è questo. 
Ultima proposta: “a livello regionale, lo sviluppo di un serio progetto di marketing territoriale, attraverso pochi ma preparati agenti commerciali, che sviluppano e organizzano “fiere lavoro” nel proprio territorio e si affidano a un gestionale (Crm) volto alla reportistica delle attività fatte e lo sviluppo di timesheet delle attività da svolgere”. 
Imprescindibili gli agenti commerciali, utili anche i contatti diretti con le imprese, mediante fiere del lavoro o altro. Ma, anche in questo caso, si pensa che possa bastare “la tecnologia” a produrre dei cyborg che svolgano la funzione di agenti, oppure, forse, è necessario assumerli. Ma, per assumerli, non occorrerebbe investire nella spesa per i servizi per il lavoro? Lo Stato lo vuole? E, soprattutto, può permetterselo, senza rivedere la spesa in riduzione in altri settori? Il vero tema è questo. 
Per il rilancio delle politiche attive occorre uscire dagli equivoci. Ogni idea operativa di riorganizzazione, comprese le 4 viste sopra, sono utilissime e buone. Ma, se non si investe, prima, in risorse finanziarie e nel rafforzamento del personale dei centri per l’impiego, si continuerà solo a produrre ottimi spunti per convegni e scritti scientifici o a produrre “sperimentazioni” come l’Assegno di ricollocazione, il cui flop non è da addebitare nel modo più assoluto ai centri per l’impiego: sono stati gli stessi lavoratori estratti dall’Anpal, a decretare la poca utilità dello strumento. Dei 30.000 estratti, nemmeno il 10 per cento ha deciso di avvalersene. 
Luigi Oliveri

LAVORO: GRIECO, PRIMO PASSO VERSO ASSETTO DEFINITIVO CENTRI IMPIEGO

Un primo passo decisivo verso il definitivo assetto dei centri per l'impiego e del relativo personale è stato raggiunto oggi a Roma nel corso dell'incontro fra gli assessori regionali al lavoro e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, per definire un accordo politico istituzionale preliminare a un quadro omogeneo di gestione dei servizi per il lavoro.
"Dopo un lungo percorso di lavoro e un serrato confronto tra Stato e Regioni -ha detto l'asssessore al Lavoro della Regione Toscana, Cristina Grieco, coordinatrice della IX commissione della conferenza delle Regioni- l'incontro di oggi ha sancito un primo fondamentale passo per uscire dalla situazione di transitorietà e precarietà del personale dei centri per l'impiego, in una logica di leale collaborazione istituzionale e verso un modello unitario di governance dei servizi".
Durante l'incontro di oggi, sono stati affrontati anche i temi relativi all'individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni e alla definizione di un sistema di accreditamento che garantisca, in un proficuo rapporto tra pubblico e privato, la qualità dei servizi su tutto il territorio nazionale.
Il ministro Poletti ha aperto il tavolo ricordando quanto l'accordo sia fondamentale per garantire l'infrastruttura necessaria alla messa in atto di politiche nazionali e regionali efficaci ed efficienti, dichiarando che nella prossima legge di bilancio saranno definite le risorse e le regole per il passaggio definitivo alle Regioni del personale a tempo indeterminato e determinato dei centri per l'impiego, in un'ottica di stabilità del sistema.
L'assessore Grieco, dopo aver ringraziato il ministro, ha condiviso gli obiettivi della riforma, sottolineando l'importanza di aver raggiunto un accordo destinato a sancire una svolta decisiva nel modello di erogazione delle politiche attive del lavoro, ponendo fine a una situazione di incertezza non più sostenibile sui territori.
L'accordo di oggi con una posizione unica fra il governo e tutte le regioni rappresenta un bell'esempio di collaborazione istituzionale. Il ministro ha concluso l'incontro impegnandosi a sottoporre quanto prima all'attenzione della presidenza del Consiglio dei ministri tutto il lavoro svolto.

Lavoro e previdenza: riprende il confronto tra Governo e Sindacati sulla “fase 2” delle riforme

Si è svolto ieri pomeriggio, presso la sede del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l'incontro tra il Ministro Giuliano Poletti e i Segretari Generali di CGIL, CISL e UIL per fare il punto sulla cosiddetta "fase 2" delle riforme in materia di lavoro e previdenza.Definitivo assestamento del personale impiegato nel Centri per l'impiego, stabilizzazione e generalizzazione dell'assegno di ricollocazione, riduzione del cuneo previdenziale sull'occupazione giovanile, formazione per industria 4.0, stabilizzazione delle misure sperimentali sul duale, trattamenti previdenziali dei giovani e previdenza complementare.  Sono gli ambiziosi obiettivi indicati dal Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, su cui si sta lavorando per dare attuazione agli impegni presi con i Sindacati."Prosegue il percorso avviato nello scorso settembre per l'attuazione nel verbale che raccoglie gli intenti di Governo e Organizzazioni Sindacali, con l'obiettivo di portare avanti l'azione riformatrice del Governo sulla base di un piano di lavoro condiviso", ha dichiarato il Ministro al termine dell'incontro."Tutte le priorità emerse dal confronto saranno poste all'attenzione dei tavoli tecnici e politici per i necessari approfondimenti - ha aggiunto - che procederanno con un calendario serrato per garantire la messa a punto delle misure in tempo utile al loro inserimento nella legge di bilancio per il 2018".La riunione si è infatti conclusa con la definizione di un calendario che prevede la ripresa del confronto già a fine agosto: l'incontro di mercoledì 30 sarà dedicato a previdenza, giovani e previdenza complementare; quello di giovedì 31 alle politiche attive e passive, ammortizzatori e Garanzia Giovani. A queste si aggiunge il tema della rappresentanza - rispetto al quale il Ministro ha detto che si stanno realizzando le condizioni per arrivare a un dispositivo normativo che regoli la materia - e la nuova governance dell'INPS.L'incontro del 7 settembre, infine, sarà dedicato alla rivalutazione delle pensioni in essere.Il Ministro Poletti ha colto l'occasione per fornire chiarimenti in merito alla prospettiva di un possibile innalzamento dell'età pensionabile collegato all'allungamento dell'aspettativa di vita, rispetto al quale ha informato i Sindacati che nel merito si potrà discutere dopo che l'ISTAT avrà fornito gli elementi di valutazione, ovvero tra settembre e ottobre.

Disoccupato e disorientato

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Centri per l'impiego: interventi in alcune Regioni

La Toscana è in prima fila per cercare di risolvere il problema dei Centri per l’impiego, essendo passata la loro gestione dalle Province alle Regioni.
Sono in arrivo dalla Toscana oltre 12 milioni di euro destinati a progetti volti a rafforzare la capacità dei servizi sociali, come avviare misure formative personalizzate progettate insieme ai Centri per l'impiego. In tal senso è stato dato anche il via libera al rinnovo della convenzione tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e la Regione Toscana, che fa seguito all'Accordo Stato -Regioni Province Autonome dello scorso dicembre, per la proroga per il 2017 dell'attività dei Centri per l'impiego.
La convenzione regola i relativi rapporti e gli obblighi in relazione alla gestione dei servizi per il lavoro e delle politiche attive del lavoro. Son così stabiliti anche gli impegni di carattere finanziario: in particolare è stabilito che il costo del personale a tempo indeterminato e delle spese di funzionamento sia per due terzi a carico del ministero e per un terzo a carico della Regione Toscana.
“Confidiamo che la firma della convenzione costituisca un ulteriore passo in avanti per uscire dalla fase di transitorieta' e instabilita' in cui si trova il mercato del Lavoro – spiega l'assessore regionale Cristina Grieco, coordinatrice della commissione Istruzione e lavoro della Conferenza delle Regioni - Ora siamo giunti al punto in cui e' necessario superare la fase transitoria e dare stabilità al sistema italiano dei servizi e delle politiche attive per il lavoro sin dal 2018". "Per poter procedere in maniera compiuta alla riorganizzazione dei CPI – afferma Grieco - occorrerà affrontare e risolvere alcune questioni cruciali: il trasferimento del personale a tempo indeterminato, ancora alle dipendenze delle Province, alle Regioni, sostenere i Lep (livelli essenziali di prestazioni equivalenti), attraverso risorse e nazionali stabili. E ancora, l'approvazione del Piano di rafforzamento dei servizi e delle misure di politica attiva, come quadro di riferimento per orientare l'utilizzo delle risorse legate verso obiettivi concordati per il miglioramento e la qualificazione dei servizi per l'impiego”.
La regione Liguria ha invece fatto un accordo con il Ministero del Lavoro per il riconoscimento di tutti i dipendenti del Centri per l’impiego. L’assessore della regione Liguria al Lavoro, Gianni Berrino, spiega che “il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha finalmente riconosciuto, per il 2017, alla Regione Liguria, tutti i 205 dipendenti, a tempo indeterminato, dei Centri per l’impiego, sanando i difetti del 2015 e del 2016, anni in cui lo stesso ministero ci aveva riconosciuto solo 156 dipendenti”.
“Conseguentemente al riconoscimento del numero corretto dei dipendenti – aggiunge Berrino – saranno erogati 6,2 milioni di euro per il funzionamento dei servizi per l’impiego, un importo superiore a quelli dei due anni precedenti visto che erano parametrati solo su 156 dipendenti. La decisione, molto attesa e frutto di un lungo lavoro di dialogo col ministero, consente di dare continuità alle attività dei Centri per l’impiego e quindi ai servizi ai cittadini, su una tematica così nevralgica e sentita come il lavoro”.
Infine nelle regioni Marche ed Umbria si sono svolti degli incontri con i sindacati per fare il punto sulle criticità derivanti dalla necessità di un finanziamento pluriennale e strutturale da parte nazionale per il funzionamento dei Centri per l’impiego oltre che la prospettiva della riorganizzazione nel contesto regionale.
Nelle Marche è pronta la riorganizzazione ed i collegamento alla rete telematica regionale dei Centri per l’impiego: 13 sedi e 20 distaccamenti sparsi sul territorio con  risorse dedicate attraverso il Fondo sociale europeo 2014-2020 per 20,8 milioni di euro utilizzati anche per i piani di rafforzamento.  L’Intesa prevede un tavolo permanente di confronto che rafforzi il comune impegno a ricercare convergenze per la promozione, il miglioramento e l’efficientamento dei Centri per l’impiego marchigiani. I temi portanti sono: il finanziamento delle politiche del lavoro, i livelli essenziali delle prestazioni e stabilizzazioni dei lavoratori precari.
La programmazione della regione Marche prevede interventi e azioni a sostegno delle politiche attive del lavoro con 288 milioni di risorse provenienti dal Fondo sociale europeo.
In particolare sono prioritari gli interventi nelle aree del sisma a favore della ricostruzione, riorganizzazione dei centri per l’impiego, utilizzo sinergico dei fondi europei, massimo sostegno alla formazione attraverso il sistema duale scuola lavoro, ricollocazione lavorativa con incentivi all’assunzione per le imprese.

Centri per l’impiego, la Regione chiede l’impegno del Governo

Gli assessori Reschigna e Pentenero: “Per rilanciarli servono risposte chiare sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato e sui precari”

Chiarezza, e punti fermi, sui centri per l’impiego. L’appello al governo - affinché definisca al più presto l’assetto definitivo dei servizi pubblici per l’impiego, superando la fase transitoria in cui si trovano da troppo tempo - è stato lanciato dal vicepresidente, Aldo Reschigna e dall’assessora al Lavoro della Regione, Gianna Pentenero, intervenuti stamane al conegno sui servizi per il lavoro organizzato dalla Cgil Piemonte. 
QUADRO INCERTO  
Per effetto della Legge Del Rio e del Jobs Act i dipendenti dei centri per l’impiego piemontesi sono rimasti in capo alle province e, a partire dal primo gennaio 2016, sono stati assegnati temporaneamente alla Regione, tramite l’Agenzia Piemonte Lavoro. Un assetto transitorio di fatto congelato dall’esito del referendum costituzionale, e accompagnato da una situazione di notevole incertezza. «La Regione Piemonte – hanno dichiarato Reschigna e Pentenero – intende rivendicare la propria funzione in materia di politiche attive del lavoro e farsi pienamente carico dei centri per l’impiego, consapevole delle difficoltà in cui si trovano, ma vorrebbe essere messa nelle condizioni di poterlo fare». 
CONFRONTO APERTO  
Come ricorda Reschigna, da mesi è in corso un confronto tra le Regioni e il Governo sulle risorse e il personale: confronto che però non ha ancora non ha portato alla sottoscrizione di un accordo. «Abbiamo posto la questione dei lavoratori precari nei centri per l’impiego - spiega il vicepresidente -. Abbiamo il problema di ripristinare gli organici a livello del 31 dicembre 2015, data del passaggio del personale dalle province alla Regione, livello sceso per la messa in quiescenza di parte del personale, in seguito agli accordi precedenti. Una boccata di ossigeno dovrebbe venire nei prossimi mesi dall’assunzione di oltre un centinaio di persone con risorse europee, ma con contratto a termine di due/tre anni». 
«PIANO DI RILANCIO»  
«Questo piano di rafforzamento – ha aggiunto l’assessora Pentenero – va attuato insieme al passaggio definitivo del personale da Città Metropolitana e dalle province alla Regione. Serve un impegno politico chiaro in questo senso da parte del Governo. E’inoltre necessario che, così come previsto dal Jobs Act, lo Stato definisca, in accordo con le Regioni, i livelli essenziali delle politiche attive, dotando gli enti locali delle risorse per poterle attuare. Nonostante il quadro sia così complicato, grazie alla professionalità, all’impegno e alla passione degli operatori dei centri, i servizi per l’impiego in Piemonte funzionano». Ma per poterli rilanciare «è fondamentale che il governo dia risposte chiare sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato e sui precari».  

Tavola rotonda sui Cpi




Centri per l'impiego, ora serve una soluzione

I sindacati in presidio a Roma in via Veneto, una delegazione ricevuta al ministero: "La nostra mobilitazione va avanti. Bisogna sciogliere il nodo di lavoro e servizi, stabilizzare 2.000 precari. Vigileremo a partire dalla prossima legge di bilancio"

Lavoratrici e lavoratori dei centri per l’impiego hanno manifestato oggi a Roma davanti alla sede del ministero del Lavoro, per denunciare la situazione di limbo in cui versa il sistema delle politiche attive, sia sul fronte del lavoro che dei servizi ai cittadini. Nel corso del presidio una delegazione di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl è stata ricevuta da una rappresentanza del dicastero di via Veneto. 
Le organizzazioni sindacali, spiegano, “hanno rappresentato una situazione di profonda emergenza e difficoltà nella gestione dei servizi delle politiche attive del lavoro, evidenziando la necessità di trovare una soluzione istituzionale, sia rispetto alla allocazione dei centri per l’impiego che del personale. Così come hanno sottolineato l’esigenza di procedere alla stabilizzazione dei circa duemila precari, insieme al bisogno di garantire certezza dello stanziamento di risorse necessarie al funzionamento dei servizi”.
Da parte del ministero del Lavoro, fanno sapere Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl, “è emerso l’impegno a ricercare tutte le soluzioni normative necessarie per porre fine a questa situazione di limbo, nonché a proseguire il confronto per monitorare lo stato di attuazione del processo di riordino”. Infine i sindacati dichiarano che “la mobilitazione proseguirà e che verificheranno l’evoluzione del quadro normativo a partire dalla prossima legge di bilancio che dovrà dire la parola fine a questa situazione di totale incertezza”. 


Centri per l’Impiego – Presidio Nazionale 3 luglio 2017

Roma, 26 giugno 2017
A tutte le Strutture regionali e
territoriali
FP CGIL – CISL FP – UIL FPL

Cari amici e compagni,
le ragioni che ci avevano spinto lo scorso 15 giugno a chiedervi di avviare sui vs territori una campagna di mobilitazione a sostegno della vertenza sui Centri per l’Impiego sono tuttora irrisolti.
Ancora nulla è stato fatto per risolvere quanto da noi denunciato, in tutte le sedi e a tutti i livelli, in merito alla necessità di fare chiarezza sul livello istituzionale di allocazione di questi servizi, sulle fonti di finanziamento ordinarie, su quali risposte dare alle migliaia di lavoratori precari e non, che chiedono garanzie rispetto al pagamento delle retribuzioni e all’avvio di un percorso di stabilizzazione. Eppure, l’obiettivo, previsto dal DL 150/15 è quello di garantire, su tutto il territorio nazionale, la fruizione di livelli essenziali delle prestazioni, volte a promuovere ed assicurare l’effettività del diritto al lavoro. A tutt’oggi, I Centri per l’Impiego operano attraverso convenzioni tra Stato e Regioni, con procedure di avvalimento tra Regioni- Province e Città Metropolitane, risorse non adeguate e derivanti, per lo più dall’utilizzo dei Fondi strutturali europei. Urge una collocazione definitiva del personale, sospeso ancora nel Portale della Mobilità del Dipartimento Funzione Pubblica, in una specie di limbo, dare attivazione ai processi di stabilizzazione del personale precario e soprattutto una politica di investimenti mirati per promuovere, in maniera efficiente ed efficace, le politiche attive del lavoro.
Per far valere le ns ragioni e soprattutto quelle di migliaia di cittadini che hanno diritto di vedersi riconosciuta la garanzia della fruizione di servizi efficienti e di qualità, riteniamo essenziale proseguire nell’attività di mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori dei Centri per l’Impiego, garantendo un’adeguata partecipazione al presidio unitario nazionale, che si terrà il 3 luglio p.v. dinanzi al Ministero del Lavoro in Via Vittorio Veneto tra i civici 54 e 56 dalle ore 14,00 alle ore 18,00.
Per tali ragioni, vi invitiamo a continuare la capillare campagna informativa rivolta ai lavoratori per favorire la più ampia condivisione e partecipazione al presidio.

     FP CGIL                                    CISL FP                                    UIL FPL
Federico Bozzanca           Gabriella Di Girolamo                   Daniele Ilari

A TUTTE LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DEI CENTRI IMPIEGO - REGIONE EMILIA-ROMAGNA

Risultati immagini per CGIL CISL UIL
A seguito della nostra nota del 29 maggio u.s., con la quale abbiamo posto con forza al Presidente ed agli Assessori interessati della Regione Emilia-Romagna la necessità di produrre azioni concrete al fine di consentire all'Agenzia Regionale per il Lavoro dell'Emilia-Romagna di poter svolgere compiutamente ed in maniera efficace le attività e le funzioni delegate attraverso la legge regionale 13/2015, comunichiamo a tutti i lavoratori che siamo stati convocati dagli Assessori Bianchi, Costi e Petitti per il prossimo 30 giugno alle ore 13,30 
Porremo le seguenti questioni che richiedono risposte tempestive e certe in assenza delle quali individueremo tutte le iniziative che possano contribuire alla soluzione della pesante situazione attuale:
L'agenzia oggi è ancora una scatola vuota:
CHIEDIAMO l'attivazione delle procedure per la copertura dei posti indispensabili al funzionamento dell'Agenzia stessa (bilancio, personale, sicurezza, ecc.) e alla ripresa del confronto “tecnico” con la Direzione dell'Agenzia per addivenire, come da tutti auspicato ed in tempi rapidi, alla definizione di trattamenti e condizioni omogenei per tutti i lavoratori
dell'Agenzia stessa
I lavoratori sono tutt'ora in un limbo con rimpallo di competenze per diversi aspetti (pagamenti trasferte, malattie, trasferte a Bologna...) e con problematiche relative ai trattamenti che vanno affrontate e omogeneizzate
CHIEDIAMO il passaggio definitivo del personale dei CPI a tempo indeterminato, attivando ogni possibile pressione nei confronti del Governo per la stabilizzazione delle risorse già previste dalla finanziaria 2017 per il finanziamento delle Politiche attive per il lavoro
Sono tutt'ora presenti 38 tempi determinati, essenziali per garantire l'apertura e l'erogazione dei servizi a Reggio Emilia, Modena e Rimini: 
contestuale assunzione (al passaggio del personale dei CPI) a tempo indeterminato presso l'Agenzia dei lavoratori con contratto a TD, attraverso l'individuazione e la messa a bilancio, con la legge di assestamento prevista per il prossimo mese di giugno, delle risorse necessarie e attivando in tal senso le procedure e le modalità previste dal nuovo TU sul Pubblico Impiego
In più siamo in attesa di aggiornamenti e di risposte relativamente a
attivazione del piano di rafforzamento e individuazione di risorse certe, all'interno del FSE, destinate in via esclusiva alle politiche attive del lavoro.

Fermo ovviamente restando il nostro impegno ad essere presenti al presidio che le strutture nazionali hanno organizzato per il prossimo 3 luglio sotto il Ministero del Lavoro, primo responsabile dell'attuale ed insostenibile situazione di stallo, vi informeremo tempestivamente dell'esito dell'incontro.
FP CGIL                                                          CISL FP                                                  UIL FPL
Ventura                                                            Battini                                                      Ferrara

Caos Centri per l'Impiego: pochi soldi e precariato

Paradossi. Chi deve aiutare a cercare occupazione non ha certezza per il futuro. E lo Stato spende spiccioli, Germani e Francia miliardi.

Fp Cgil: soluzione per lavoratori centri impiego o mobilitazione


06 giugno 2017 ore 17.30
A sette mesi dal referendum sulla riforma costituzionale, permane incerto il destino per precari e lavoratori. Il personale è ancora dipendente delle Province e delle Città metropolitane, nonostante la competenza in materia non sia delegata a questi enti
Una soluzione immediata per i quasi duemila precari dei centri per l’impiego, così come per i circa ottomila dipendenti a tempo indeterminato, senza la quale partirà la mobilitazione. Ad annunciarlo è la Fp Cgil nazionale, sostenendo che, “a distanza di sette mesi dall’esito del referendum sulla riforma costituzionale, sono ancora in attesa i precari dei centri per l’impiego, così come i 7.760 dipendenti a tempo indeterminato degli stessi centri”.
Alla luce del referendum dello scorso 4 dicembre, infatti, “manca ancora una soluzione definitiva all'assetto istituzionale delle politiche attive del nostro Paese e quindi permane l'incertezza sul futuro di un servizio essenziale in una fase di crisi economica”. Per quanto riguarda il personale, spiega il sindacato, “quest’ultimo è ancora dipendente delle Province e delle Città metropolitane, nonostante la competenza in materia non sia delegata a questi enti”.
L’assenza di un assetto definitivo pone, secondo la Funzione pubblica Cgil, “ancora in bilico la possibilità di stabilizzare lavoratrici e lavoratori, che da oltre dieci anni svolgono il loro servizio, nonostante il recente decreto di riforma del testo unico del pubblico impiego fornisca gli strumenti necessari alla stabilizzazione. I prossimi confronti in sede di conferenza unificata devono definire una volta per tutte l'assetto delle politiche attive, fornire le risorse necessarie al potenziamento del servizio, uscendo dalla logica della programmazione annuale e rendere stabile il lavoro. Se così non fosse, siamo pronti alla mobilitazione di tutto il personale”.

Centri per l'impiego: Grieco, uscire dalla fase transitoria

"La realizzazione di un sistema moderno di servizi per l'occupazione necessita di prospettive di stabilità e sostenibilità. In particolare, richiede un forte impegno da parte del Governo per uscire dalla logica transitoria; occorre fare un salto di qualità per mantenere, consolidare e qualificare i centri per l'impiego, dopo le iniziative intermedie che le Regioni hanno compiuto, con atto di responsabilità, per salvaguardare il sistema". Lo ha detto l'assessore all'istruzione formazione e lavoro della Toscana Cristina Grieco, intervenuta come coordinatrice della Commissione della Conferenza delle Regioni il 29 maggio al convegno su ""Il ruolo delle politiche attive, i fondi strutturali il Pon Sistemi di politiche attive per l'occupazione"", organizzato da Unione Europea e Anpal.
L'assessore  ha sottolineato nel corso del suo intervento come le Regioni abbiano da tempo avviato un lungo percorso di confronto, sollecitando l'approvazione in tempi rapidi del Piano di rafforzamento dei servizi per il lavoro, ribadendo la necessità di tenere insieme la stabilizzazione, con risorse ordinarie nazionali, del sistema e la sua crescita in una prospettiva futura. ""Occorre agire dalle fondamenta - ha detto Cristina Grieco - altrimenti si rischia di costruire sulla sabbia"".In questa logica, si ritiene ancor più fondamentale rilanciare una funzione propulsiva delle amministrazioni regionali sul tema del lavoro, avviando un ragionamento condiviso sull'impostazione del mercato del lavoro che prenda le mosse dalla conferma, in capo alle Regioni, delle competenze legislative in materia di politiche attive del lavoro e della formazione.
Le Regioni, proprio in questi giorni, hanno definito una propria proposta su un modello di governance, condiviso tra i soggetti istituzionali, che delinei in modo chiaro ruoli, funzioni e responsabilità di ciascuno e ponga obiettivi certi e ambiziosi per migliorare concretamente lo stato di erogazione dei servizi per l'impiego. Il Piano di Rafforzamento, in tale prospettiva, diventa un tassello importante, ma non unico, di tale modello, composto da più livelli di riflessione e di intervento.""Per poter procedere in maniera compiuta alla riorganizzazione dei CPI - ha concluso l'assessore - occorrerà affrontare e risolvere alcune questioni cruciali: il trasferimento del personale a tempo indeterminato, ancora alle dipendenze delle Province, alle Regioni, sostenere i Lep (livelli di prestazioni equivalenti), attraverso risorse nazionali stabili. E ancora, l'approvazione del Piano di rafforzamento dei servizi e delle misure di politica attiva, come quadro di riferimento per orientare l'utilizzo delle risorse legate verso obiettivi concordati per il miglioramento e la qualificazione dei servizi per l'impiego".
E' in questo quadro che si collocano le 1600 unità di personale aggiuntivo per il potenziamento dei servizi finanziate grazie ai Pon fino al 2020. Su questo personale, così come su quello operante nei servizi a tempo determinato, "occorrerà verificare - ha osservato Grieco - modalità di stabilizzazione, in modo da avvicinare l'Italia agli standard europei ed evitare di disperdere un patrimonio importante di professionalità accumulato da questo personale che è stato fondamentale per assicurare servizi adeguati in questi anni di incertezza".

Stabilizzazione statali, posto fisso anche a chi non lavora più

Possibile lavorare a tempo indeterminato negli enti pubblici anche per chi ha il contratto scaduto e a chi non è entrato tramite concorso.

Via libera al posto fisso per i precari, compresi quelli che oggi non hanno nessun contratto in essere con la Pubblica Amministrazione; spazio anche a chi non è entrato nella PA tramite selezione pubblica, attraverso la riserva sino al 50% dei posti in nuovi concorsi. È quanto emerge dai decreti attuativi di riforma della Pubblica Amministrazione, che hanno appena avuto l’approvazione definitiva.Ma chi, nel dettaglio, ha diritto al contratto a tempo indeterminato? Vediamolo insieme.
Posto fisso per i precari: chi ne ha diritto
Possono ottenere il contratto a tempo indeterminato, come lavoratori subordinati del settore pubblico, coloro che possiedono i seguenti requisiti, entro la data del 31 dicembre 2017:
  • sono dipendenti pubblici assunti a tempo determinato che possiedono almeno 3 anni di servizio presso una pubblica amministrazione, anche non continuativi, negli ultimi 8 anni;
  • sono lavoratori parasubordinati della P.A.(co.co.co., ossia collaboratori coordinati e continuativi, o figure similari come i vecchi co.co.pro.): anche in questo caso è necessario avere alle spalle almeno 3 anni di servizio presso una pubblica amministrazione, anche non continuativo, negli ultimi 8 anni.
La possibilità di ottenere il posto fisso, però, resta riservata a chi ha passato tre anni nell’ente che assume o bandisce il concorso, tranne che nella sanità e negli enti di ricerca, dove questo requisito non è presente. Per i precari delle amministrazioni che sono state soggette a riordino, come accaduto alle Province, si tiene conto dell’anzianità maturata nell’ente di provenienza.

Posto fisso per i precari che non lavorano più
In base agli ultimi aggiustamenti del decreto, è emersa la possibilità di poter ottenere la stabilizzazione anche se non si lavora più per alcun ente pubblico, purché si possiedano, ovviamente, 3 anni di servizio negli ultimi 8 e purché il servizio sia cessato dopo il 28 agosto 2015. In pratica, può aspirare al posto fisso anche chi ha smesso di lavorare, se risultava in servizio al 28 agosto 2015.
Posto fisso per i precari che non sono entrati tramite concorso
Potranno essere stabilizzati anche i precari che sono entrati nella P.A. senza selezione pubblica (possedendo, ugualmente, 3 anni di servizio negli ultimi 8 anni): questi, però, dovranno superare un concorso, nel quale sarà loro riservato sino al 50% dei posti.
Posto fisso per i precari: da quando?
In merito alle concrete modalità di stabilizzazione, dovrà essere attuato un piano straordinario della durata di tre anni. Dovrà dunque essere emanata, a tal proposito, ulteriore normativa attuativa, che spiegherà la procedura da seguire per poter richiedere la trasformazione del proprio contratto a tempo indeterminato. Con tutta probabilità, sarà possibile far domanda a partire dal 2018, considerando che i requisiti utili alla stabilizzazione devono essere maturati entro il 31 dicembre 2017.